14
Luglio
2021

La storia della pelletteria italiana, origini e sviluppo

 

Il Made in Italy è sinonimo di sicurezza e qualità in tutto il mondo e la pelletteria è uno dei settori in cui eccelle maggiormente. Borse, valigie, guanti e accessori in cuoio sono sinonimo di tradizione ed esclusività della nostra industria manifatturiera.

L’Italia è leader non solo nella produzione del pellame, ma anche nella realizzazione di prodotti finali di alto pregio.

Come è nato il settore della pelletteria

Fin dalla preistoria l’uomo ha utilizzato le pelli degli animali cacciati per coprirsi, ma data la natura biologica del mezzo esso tendeva a decomporsi e marcire in breve tempo. Prima con l’essiccazione e in seguito con dei veri e propri processi chimici nati dalla ripetizione e dalla sperimentazione, nacque il processo di concia che si è sviluppato fino ad oggi con l’introduzione di metodi più sicuri e sofisticati.

I primi passi verso lo sviluppo di un processo chimico-fisico che migliorasse la qualità, la durata e la resistenza della pelle avvennero quasi per caso, notando come essiccazione e affumicatura allungavano la durata della pelle subito dopo averla rimossa dall’animale. 

Visto che a seguito di ciò essa rimaneva dura e secca, pensarono di aggiungere dei grassi di origine animale e vegetale per ammorbidirla e renderla modellabile.

La ricerca di metodi sempre più efficaci per combatterne la putrefazione portò a sviluppare il primo metodo vero e proprio di concia al vegetale, che consisteva nell’immergere le pelli in delle grandi vasche piene di acqua, corteccia, foglie, bacche. Le prime fonti scritte riguardo questi metodi di concia risalgono al tredicesimo secolo avanti Cristo e, nonostante ci furono degli sviluppi nelle tecniche utilizzate, artigiani e pellai continuarono ad utilizzare metodi molto simili fino alla fine del diciannovesimo secolo, lavorando in piccole botteghe con un procedimento perlopiù artigianale.

La nascita della concia al cromo, il cui brevetto risale al 1910, fu un importante spartiacque, portando la produzione ad un livello industriale. L’utilizzo del cromo trivalente consente di effettuare lo stesso processo per qualsiasi tipo di pellame, automatizzando di fatto tutti i procedimenti.

Attualmente tutto il trattamento del cuoio viene svolto all’interno di grandi aziende che possono sostenere i costi per la realizzazione dei complessi passaggi che lo compongono, ma mantenendo i prezzi più bassi possibile.

In Italia le concerie si distribuiscono in distretti industriali, tra cui spiccano il Distretto del Cuoio di Santa Croce sull’Arno, il Distretto della pelle in Veneto, il Distretto campano e quello lombardo. L’industria conciaria esporta il 73% della sua produzione all’estero e, qualitativamente parlando, è valutata come la più valida al mondo.

La pelletteria in Italia

Negli anni l’Italia ha sempre mantenuto lo status come miglior produttore di prodotti relativi alla lavorazione della pelle. Che si tratti della materia prima o del prodotto finito, la tradizione conciaria e manifatturiera del nostro paese non ha eguali in questo settore.

Inizialmente si utilizzavano indumenti ed accessori in pelle come unica fonte di protezione contro il freddo, ma nel tempo, data la natura resistente e comoda, il cuoio venne impiegato anche in ambito militare per la realizzazione di armature.

Attorno al dodicesimo secolo la produzione divenne tale da consentire la realizzazione di abbigliamento pregiato, che scatenò una grande richiesta da parte delle classi sociali più alte. Le nuove rotte commerciali portarono alla diffusione del sapere tra diverse culture e la concia divenne via via più efficace e diversificata. Già nel 1200 a Firenze venne istituita la Corporazione di Cuoiai e Galinai, che oltre a riunire tutti gli artigiani che si occupavano della trasformazione della pelle, obbligava a sottostare a dei regimi tali da garantire una qualità produttiva eccelsa.

Da elemento dedicato solo agli strati sociali più elevati, già nel sedicesimo secolo divenne un materiale di uso comune per la realizzazione di accessori. In poco tempo la comodità e la praticità lasciarono poi il posto al lusso e all’eleganza, unendo all’uso comune la ricerca della bellezza estetica.

Il termine pelletteria nacque nel 1835 a seguito della realizzazione del primo portafoglio e da qui l’industria iniziò la sua espansione vera e propria. Firenze, il più grande distretto italiano, così come tutta la zona attraversata dall’Arno, ebbe la possibilità di svilupparsi sino ai livelli attuali proprio grazie alla presenza delle acque fluviali. Infine nel ventesimo secolo si arrivò a ciò che è ora il settore manifatturiero del cuoio, con lo sviluppo delle ultime tecnologie e la creazione dei vari distretti che caratterizzano la produzione industriale italiana.

La presenza di questi grandi centri produttivi, unita alla sapienza di artigiani e stilisti, ha fatto della pelletteria uno dei settori più apprezzati e riconosciuti in tutto il mondo. I suoi millenni di storia e sviluppo hanno portato il trattamento degli scarti derivanti dall’allevamento a diventare una vera e propria forma d’arte che da lavoro a 1200 aziende e rappresenta circa il 22% della produzione conciaria mondiale.

Gli artigiani che ogni giorno lavorano la pelle, per realizzare dei prodotti finali dalla qualità altissima, sono tra i principali responsabili del grande successo che la manifattura italiana ha in tutto il mondo. Le sapienti lavorazioni e la grande cura per i dettagli impiegata dai nostri professionisti è motivo di vanto e segno di riconoscimento nei confronti una tradizione sempre alla ricerca dell’eccellenza.

7
Luglio
2021

Come si sviluppa esattamente il procedimento di concia della pelle?

 

 

L’industria conciaria è una delle eccellenze made in Italy più apprezzate in tutto il mondo. La concia è la lavorazione che sfrutta la pelle, solitamente di animali allevati a scopo alimentare quali bovini, ovini, suini, rendendola più morbida, gradevole al tatto e resistente. Attualmente la concia è un processo svolto da aziende di medie e grandi dimensioni, che possono assicurare un prodotto finale di qualità ad un costo accessibile, grazie anche agli sviluppi tecnologici che hanno automatizzato parte della lavorazione.

L’intero procedimento è necessario non solo per fini estetici, ma anche per assicurare che la pelle, data la sua natura organica, non vada incontro a decomposizione e possa mantenere a lungo le proprie caratteristiche.

Come avviene la concia della pelle

Non tutti i processi avvengono allo stesso modo e la linea produttiva da impiegare viene scelta basandosi su quello che è il prodotto finale desiderato. In generale l’intera concia è divisibile in tre grandi fasi, ognuna delle quali è composta da vari processi intermedi.

Le tre fasi principali sono: Lavorazioni di riviera, Concia, Rifinizione.

Separata la pelle dell’animale, essa viene conservata evitando che marcisca ed in seguito spedita alla conceria dove avviene il Rinverdimento: con questo metodo viene reintegrata la naturale umidità della pelle, persa durante il periodo di stoccaggio e spedizione.

Il Calcinaio (nome che deriva dall’utilizzo di idrossido di calce) è il processo che prepara la pelle all’assorbimento degli agenti concianti e la Depilazione ne prevede la rimozione dei peli, entrambi avvengono per via chimica e sono seguiti (nel caso di pelli molto spesse) dalla Spaccatura, che divide la pelle in più strati tramite un’azione meccanica. La Scarnitura si occupa in seguito di rimuovere i residui di grasso in eccesso ed i tessuti sottocutanei rimasti a seguito della scuoiatura dell’animale, questo processo termina le Lavorazioni di riviera.

La Decalcinazione elimina la calce rimasta attaccata alle fibre della pelle e, grazie agli acidi usati nel processo, ne abbassa il pH contrastando l’aumento derivante dall’idrossido di calce. La Macerazione ne completa il lavoro, rilassando le fibre così da prepararle all’assorbimento delle sostanze concianti. Il Piclaggio utilizza acidi che riducono ulteriormente il pH a 4 e bloccano la decomposizione.

Infine la Concia vera e propria può avvenire utilizzando cromo trivalente o sostanze vegetali (settore in cui il Polo Conciario Toscano è tra i più apprezzati) ed ha lo scopo di rendere il cuoio più resistente, flessibile, impermeabile e traspirante.

La pelle viene poi pressata per rimuovere l’acqua in eccesso e viene riconciata nuovamente per conferire il grado di morbidezza desiderato, spesso ad essa si aggiungono dei coloranti per tingere il pellame. Le modalità con cui avvengono concia e riconcia sono tra i principali fattori che ne determinano la qualità finale. Grazie all’aggiunta di oli e grassi si procede poi all’Ingrasso, che serve a conservare a lungo la morbidezza del cuoio e lo rende più idrofobico e resistente.

Dato l’alto contenuto di acqua, il pellame deve essere poi asciugato e, una rivolta rimossa l’umidità in eccesso, esso apparirà secco e rigido. Per ovviare a ciò viene fatto passare all’interno di rulli dalla superficie ondulata che “massaggiano” e distendono le fibre, ammorbidendole: questo processo, detto Palissonatura, è particolarmente indicato per quei pellami che verranno utilizzati per accessori, guanti, cinture, la cui lavorazione richiede anche un certo grado di flessibilità. Infine la pelle viene smerigliata con dei rulli abrasivi per rimuovere eventuali residui dal lato interno ed ottenere effetti come il Nabuk. Questo passaggio consente anche di rimuovere alcune imperfezioni, stuccandone il fiore e poi smerigliandole la superficie.

Gli ultimi passi sono quelli della Rifinizione, che si compone di una verniciatura che può avvenire a spruzzo con aerografi, a velo stendendo uno strato di vernice o tamponando la pelle, spesso a mano, con una spugna imbevuta di vernice. Diversi tipi di rifinizione determinano risultati differenti dal lato estetico. Infine un passaggio sotto dei rulli può creare effetti particolari come stampe leopardate o pitonate, applicando una carta adesiva alla superficie del pellame.

Infine Rifilatura (taglio) e la misurazione di superficie e spessore completano l’intero processo di concia.

Un risultato di pregio

Questa serie di complicate reazioni chimiche e processi meccanici riesce a dare nobiltà anche a prodotti che, di fatto, spesso non sono altro che scarti di macellazione. I metodi ad oggi utilizzati sono frutto di secoli di sviluppo tecnologico che ha significato un aumento incredibile nella qualità del prodotto finale, il quale consente la realizzazione di pezzi di artigianato dalla qualità spettacolare. La manifattura della pelle è un settore storico del Made in Italy e motivo di vanto in tutto il mondo, città come Firenze ne sono la patria indiscussa. Seppur lunga e complicata, a tratti cruenta, la concia del cuoio ha ormai raggiunto livelli produttivi altissimi e consente di dare un utilizzo a quelle che sarebbero altrimenti risorse sprecate, dando alla pelle grezza un futuro fatto lusso ed esclusività.

 

29
Giugno
2021

Che cos’è il distretto del cuoio, cosa significa?

 

La pelletteria toscana 

 

Pelletteria e Toscana sono legate da anni di esperienze e competenze maturate e tramandate di mano in mano. L’artigianato della pelle ha avuto una lenta e capillare espansione in tutta la regione. 

Ma l’arte toscana della lavorazione del pellame ha origini molto antiche. Andiamo insieme a scoprire come è nata la pelletteria fiorentina e perché si è sviluppata proprio in questa zona chiama il distretto della cuoio

Dal Medioevo ai giorni nostri

Nel Medioevo si poteva sentire odore di pelle lungo tutta la riva del fiume Arno, a partire da Firenze fino ad arrivare a Pisa. 

Le operazione di concia della pelle erano conosciute in Toscana dai tempi degli Etruschi, ma la spinta vera e propria a questo settore avverrà al tempo del Medioevo, grazie soprattutto alle influenze della Repubblica pisana, (allora una delle quattro repubbliche marinare). 

L’arte della lavorazione del pellame trovò infatti la sua più grande espansione a Pisa, nel 1200. Perchè? Perchè Pisa era a quei tempi una città estremamente ricca di materie prime, soprattutto a causa delle abilità dei mercanti pisani che grazie al porto erano costantemente in contatto con Spagna, Sicilia e Sardegna. 

Da Pisa a Firenze. In seguito alla conquista di Pisa intorno al 1400 da parte del granducato fiorentino, le famiglie ricche gigliate capirono che il pellame era un settore che avrebbe potuto rendere molto. Per questo motivo i nobili fiorentini decisero di investire nelle industrie di pellami pisane, muovendole anche fisicamente dalla repubblica marinara a Firenze

La pelle a Firenze

La produzione, concia e lavorazione dei pellami a Firenze avveniva principalmente in una zona specifica della città, cioè nei piccoli vicoli che univano Piazza della Signoria e Piazza Santa Croce. Non è un caso infatti che in quella zona siano presenti vie dai nomi curiosi come ad esempio Via dei conciatori, o Via della Concia, in memoria appunto delle botteghe legate alla lavorazione dei pellami che si trovavano lì durante il Medioevo. 

Piano piano è andata sviluppandosi una zona piuttosto ampia all’interno della quale appunto si trovavano  gli artigiani specializzati nella lavorazione dei pellami. Questa area comprendeva Santa Croce, Fucecchio e Ponte a Egola. Questa zona è con il tempo diventa particolarmente importante in quanto si trova vicino al fiume Arno, il che significa, qualità delle acque utilizzate per la lavorazione e produzione della materia prima, e semplicità nel trasporto dei materiali. 

L’industria del pellame ha rappresentato uno dei pochi settori in grado di rimanere in piedi in seguito alla grave crisi che avvenne nel 1600. 

La pelle oggi

Al giorno d’oggi il pellame continua ad essere un campo molto fruttifero per la Toscana. Sia per l’altissima qualità dei materiali impiegati, sia per le elevate capacità manifatturiere degli artigiani toscani capaci di realizzare vere e proprie opere d’arte con le loro mani esperte. 

Il distretto del cuoio toscano influisce del 28% sul totale della lavorazione della pelle italiana

Vieni a scoprire tutti i nostri accessori, realizzati appunto con pelle di prima scelta, caratterizzata da secoli di esperienza e storia dell’artigianato. 

21
Giugno
2021

Le cinture da uomo, un mondo da scoprire e comprendere

 

L’universo delle cinture maschili è più ampio di quanto si pensi, infatti esistono varie tipologie di questo accessorio. Intanto facciamo una distinzione principale fra due macro categorie. 

Cinture da uomo formali e sportive

Le cinture sportive. 

Le cinture sportive sono di norma contraddistinte da una fibbia piuttosto larga, inoltre sono più alte, (si va dai 3,8 ai 4,5 cm., più una cintura è alta più risulterà informale), e solitamente sono realizzate in pelle opaca e ruvida. Quando il pellame è caratterizzato da queste particolarità è perchè vengono impiegati gli strati più esterni del materiale nella sua produzione. 

Le cinture formali. 

La cintura formale si riconosce principalmente dalla sua fibbia. Di norma, la fibbia della cintura formale è di classe, fine, elegante e quadrata, dalle dimensioni più ridotte rispetto a quella sportiva. 

Il cinturino della cintura formale non supera mai i 4cm, e la pelle o comunque il materiale impiegato è caratterizzato da un aspetto lucido e al tatto molto soffice. 

Solitamente le cinture formali sono prodotte in pelle, quelle più prestigiose in pelle pieno fiore

Le tonalità più diffuse di cinture formali sono il marrone e il nero, ma è possibile acquistarne anche blu notte e grigio, tutti colori facilmente abbinabili e molto sobrii. 

Qual è la cintura più giusta?

Non tutte le cinture sono adatte alle diverse fisicità quindi è bene sapere qual è quella che si addice di più al proprio fisico prima di procedere all’acquisto. 

Per capire se la cintura che utilizzi di solito è quella giusta per te, dovrai prendere un metro e calcolare quanto è la distanza dal foro più usato e il termine della fibbia. La misura che uscirà risulterà essere la misura del tuo girovita. A questa misura dovrai aggiungere indicativamente 15 cm, e così saprai qual è la tua misura corretta per acquistare una cintura che si adatti perfettamente al tuo fisico. 

Una curiosità riguardo le cinture è quello che il galateo dice in riferimento a quest’ultime. Infatti secondo il galateo, non si dovrebbe utilizzare un foro a caso, ma la cintura maschile deve essere allacciata sempre al terzo foro cioè quello centrale. 

L’evergreen delle cinture da uomo

Le cinture che un uomo deve avere assolutamente nel suo armadio sono indicativamente di tre tipi: 

  • Cintura casual chic: la cintura adatta per i jeans. Questo accessorio di norma deve essere alto all’incirca 4 cm, ed è in colori scuri o comunque molto sobri, in cuoio in suede oppure in pelle. Essendo una cintura tendenzialmente sportiva e adatta per tutti i giorni, si potrà optare anche per cinture testurizzate o comunque decorate. La fibbia sarà sicuramente più grande rispetto a quelle delle cinture formali e magari anche di forme diverse da quella quadrata; 
  • Cintura formale da sera: la cintura formale come suddetto non deve superare i 4 cm di altezza. La cintura formale no è decorata ma semplice, sobria, lucida e in colori scuri o nero o marrone. Anche la fibbia deve essere piccola, non deve dar troppo nell’occhio e di forma rettangolare; 
  • Cintura intrecciata: la cintura intrecciata è un evergreen della stagione estiva, e anch’essa non deve superare i 5 cm di altezza. Essendo appunto una cintura estiva può anche essere di colori più chiari, tipo crema, panna, o beige, l’importante è che si abbini ai vostri outfit perfettamente. 

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14
Giugno
2021

Storia e sviluppo del marsupio, un accessorio sempre di moda.

 

Amato, odiato, sorpassato e poi risorto. Il marsupio è uno di quegli accessori che maggiormente fa parlare di sè in quanto divide nettamente la sua platea. C’è, infatti, chi lo trova indispensabile e decisamente cool e chi, al contrario, lo detesta considerandolo scomodo ed esteticamente non piacevole. Questa borsa dal nome curioso, però, ha una storia di tutto rispetto e la sua origine è da rintracciarsi nell’era primitiva quando i nostri antenati, prima di partire per la caccia, chiedevano alle proprie signore di applicare delle tasche alle proprie cinture. L’obiettivo non era certo quello di essere alla moda ma semplicemente di poter trasportare con maggiore semplicità tutti gli utensili, come coltelli, bastoni o lame, che sarebbero potuti occorrere per cacciare gli animali.

Le origini del marsupio

Ma da dove nasce il nome marsupio? Il marsupio, per antonomasia, è la sacca del canguro, un vero e proprio contenitore che in natura serve ai marsupiali per inserire e portare con sé la propria prole.

Insomma, il marsupio dei canguri potrebbe essere definito, senza alcuna difficoltà, la prima forma di borsa esistita nel mondo e l’unica che esiste in natura. Facendo un passo avanti, notiamo che il marsupio era presente anche tra i Nativi Americani che ne usavano versioni in pelle di bufalo e lo preferivano alle tradizionali tasche cucite sui vestiti.

Addirittura, osservando cosa ci propone l’arte, un marsupio è presente anche in un dipinto del 1416 ad opera dei fratelli Limbourg dove viene ripreso un nobile nell’atto di nascondere, nel proprio marsupio, quanto furtivamente sottratto durante un banchetto luculliano, in una festa di corte medievale. Ma non è finita qui. Questa borsa dalla particolare forma arriva ben presto fino in Scozia dove verrà utilizzato come accessorio elegante fino a raggiungere l’abbigliamento formale e ufficiale dei clan scozzesi. Questi ultimi, però, prediligevano, considerate le rigide temperature, indossare i marsupi in una versione impreziosita da folta pelliccia.

Del 1991, in Italia nelle vicinanze delle Alpi Venoste, è invece il ritrovamento, ad opera di due turisti austriaci, di una mummia corredata di un marsupio, chiamata poi l’uomo del Similaun, risalente al 3300 a.c.

Per noi abitanti del “Bel Paese” marsupio era e marsupio è ma negli anni tanti altri sono stati i nomi dati alla celebre borsa: in America venne chiamato “Fanny pack” mentre in Inghilterra, invece, era il “bum bag“. Il riferimento comune era il sedere dove, inizialmente veniva posizionata la maxi tasca. E mentre in Italia si faceva riferimento alla natura e al mondo animale, i francesi lo battezzarono con il nome “banana bag”.

I primi utilizzi del marsupio

Come tutti gli accessori, la sua funzione, inizialmente, era puramente pratica ed ignorava qualsiasi minimo accento modaiolo.

Negli anni 80, infatti, veniva utilizzato dalla classe operaia come borsa porta strumenti di lavoro. In un primo momento il marsupio veniva sistemato sotto la schiena ma, dopo ripetuti episodi di furti, si decise di cominciare ad indossarlo sul davanti. Si trattava, dunque, di uno strumento di lavoro, a cui ricorrevano soprattutto coloro che lavoravano in fabbrica. 

La prima persona che ruppe questa consuetudine, decidendo di utilizzare il marsupio come semplice accessorio, fu il celebre Bruce Springsteen. Quel momento rappresenta un grande esordio per il marsupio che dalle fabbriche polverose arrivò ad essere esibito in tutto il mondo, durante gli affollatissimi concerti internazionali della star statunitense. 

Sono gli stessi anni in cui, inoltre, il marsupio viene consacrato come accessorio d’eccezione dei rapper mondiali. Negli Anni 90, invece, a notare la borsa marsupio furono gli atleti che iniziarono a utilizzarlo durante le proprie maratone o, anche più semplicemente, corsette al parco. Tante sono le immagini di ragazzi e ragazze di quegli anni che, durante le loro prestazioni sportive, sfoggiano marsupi sempre più colorati.

Dello stesso periodo storico, infatti, sono anche le fotografie che apparvero su tutti i rotocalchi e che avevano come protagonisti nomi del calibro di Bill Clinton e Lady Diana in compagnia, ovviamente, delle loro borse marsupio. Dopo quegli anni, però, sembrava che fosse tramontato il periodo “marsupiale”. Il silenzio, infatti, calò sul marsupio per circa vent’anni prima del suo inaspettato ritorno ad opera delle più grandi case di moda come Chanel, Saint Laurent, Prada e Balenciaga.

Il marsupio oggi

Oggi il marsupio è tornato alla ribalta, seppure in dimensioni ridotte e portato spesso al petto o, se si è poco longilinei, appoggiato sulla spalla come insegnano le icone della moda Rosie Huntington-Whiteley e ASAP Rocky ma anche le sorelle Hadid e delle Kardashian. Insomma, è ufficiale, il marsupio degli anni ’90 è tornato a splendere sulle passerelle di tutto il mondo.

La celebre borsa venne proposta in vernice rossa, in pelle opaca ma anche in nylon nero con comode e numerose tasche senza tralasciare la classica versione sportiva in colori accesi e sgargianti fino ad arrivare ad una rivisitazione più aggressiva con borchie piatte e catene di metallo.

Insomma, complici nomi di grandi brand come Louis Vuitton e Gucci, diverse tipologie di marsupi hanno iniziato a invadere le passerelle di numerose sfilate, riscuotendo subito un grande successo. Non solo nostalgici ma anche giovanissimi hanno subito sposato gli abbinamenti proposti dalla moda, portando il marsupio a essere uno degli indiscutibili top trend fashion. Che si tratti di un look estremamente casual, elegante o sportivo, il marsupio sembra riuscire sempre a trovare una giusta collocazione, anche e, soprattutto, quando si decide di giocare con i colori o, semplicemente, di spezzare con una nota di luce su un evergreen come il total black. La conferma che le mode sono come i grandi amori, possono fare dei giri immensi ma poi ritornano. Sempre.